L’operatore penitenziario; il problema della strumentalizzazione

di Giulia Perrone

Per chi avesse letto il mio articolo sull’osservazione ed il trattamento penitenziario per Giurisprudenza Penale Web (Link in “pubblicazioni”), vorrei approfondire il discorso dei mezzi di trattamento e del problema della strumentalizzazione dell’operatore da parte del detenuto, in questo secondo articolo. Come detto, l’individuazione degli atteggiamenti manipolati del detenuto è possibile attraverso l’utilizzo di quattro strumenti principali: il colloquio; l’esame psichico; l’analisi relazionale e comportamentale. Unitamente agli strumenti prescritti per legge, nonché alle forme di trattamento, sono necessari alcuni meta-strumenti, essenziali a fornire una buona fotografia del detenuto, quali la cooperazione con gli altri professionisti, essere in grado di indirizzare il giudizio dei detenuti, essere impersonali ma dotati di “empatia scientifica”. In termini di riforme il Legislatore dal 1986 non ha più provveduto ad un vero aggiornamento della legge penitenziaria, e quindi gli strumenti sono rimasti sempre gli stessi. Sono stati gli operatori stessi che hanno dovuto reinventarsi e reinventare gli strumenti per adeguarli alle esigenze del carcere. Una volta nel lontano 1982, mi racconta uno dei più anziani educatori di Rebibbia, Massimo Izzo, il sistema era impostato ancor più gerarchicamente e quasi nessuno (es. l’insegnante, il capo d’arte etc.) era abituato a condividere informazioni sui detenuti. Con il tempo si è cercato di rafforzare le relazioni tra gli operatori, condividendo le informazioni ottenute attraverso la redazione di relazioni professionali. Proprio in questo modo si è arrivati ad ottenere un primo “meta strumento”, da aggiungere a quelli preposti per legge, uno fra tutti, come anticipato, la relazione con gli altri professionisti.

In secondo luogo, altra capacità imprescindibile è quella di saper indirizzare il giudizio dei detenuti. Per quanto gli operatori siano gli addetti all’osservazione ed alla conseguente valutazione della personalità del detenuto, in realtà sono i detenuti stessi ad essere i più immediati valutatori delle prestazioni degli operatori. I detenuti, cercano di conoscere gli operatori più possibile, spesso quando richiedono di essere seguiti è per tale ragione che cercano un contatto; per esaminarne punti di forza e debolezze. In base a tali caratteristiche gli operatori vengono giudicati e classificati, quello “buono”, quello “cattivo”, quello “manipolabile”, quello “sensibile” etc. In tal senso appare essenziale, trovare l’equilibrio tra due dimensioni: mai risultare assenti, perché verrebbe meno il proprio dovere professionale, ma neanche troppo presenti, all’interno del carcere. Tale accortezza è essenziale per muovere il giudizio dei detenuti in una posizione di equilibrio, i quali devono sapere che l’educatore è presente ma che non è a disposizione costante del detenuto, in modo da mantenere la necessaria autorevolezza e distanza, conquistando la stima ed il rispetto dello stesso. Questo risulta essere, appunto, il secondo meta strumento, saper indirizzare il giudizio dei detenuti. Proprio lungo questo sentiero si posiziona il terzo meta strumento, rappresentato dall’essere “impersonale” seppur accompagnato da un vero interesse verso i bisogni e le necessità del detenuto. Mantenere sempre i ruoli prestabiliti – operatore / detenuto – ed il distacco necessario affinché i detenuti non riescano a cogliere le debolezze dell’operatore in modo da tirarlo dalla sua parte e manipolarlo a suo piacimento. Tuttavia, come anticipato, tale distanza non deve tradursi in disinteresse o superiorità ma serve per impostare un rapporto solido che può nel migliore dei casi tradursi in un vero rapporto di fiducia e stima reciproca con il detenuto. Il professionista, soprattutto durante il colloquio con il detenuto, deve saper comprendere l’altro, metterlo in condizione di aprirsi e comunicare ciò che è dentro di lui, ovvero avere empatia, ma “empatia scientifica” (M. Izzo, G. Perrone). Empatia scientifica intesa come la capacità di coinvolgere emotivamente l’altro, comprendendone lo stato d’animo, senza, però, farsi coinvolgere, con metodo razionale, sistematico, rigoroso e fondato sull’esperienza diretta. Tale metodo, tuttavia, non deve mai far dimenticare che il calore, la gentilezza e l’interesse è davvero ciò che porta ad un cambiamento nell’altro ovvero ad un flusso sincero e proficuo di buoni propositi: senza un reale e forte coinvolgimento ed un’immensa passione dell’operatore mai nessun cambiamento sarà, a sua volta, reale e tangibile.

Attraverso lo studio effettuato con gli operatori trattamentali dell’Istituto penitenziario di Rebibbia, inoltre, è stato possibile indagare il problema della strumentalizzazione degli operatori da parte dei detenuti. In risposta alla domanda “quante volte vi siete sentiti manipolati”, infatti, educatori e psicologi intervistati, hanno affermato che la maggior parte delle volte si sono sentiti strumentalizzati dal detenuto, soprattutto durante il colloquio, suggerendo una percentuale del 75/80%. ­

E’possibile affermare, dunque, che la strumentalizzazione è figlia dell’individuo, in quanto propria di ogni relazione umana, che si sviluppa secondo la logica dell’assistenzialismo e viene amplificata dalla costrizione dovuta alla carcerazione.

Il carcere, infatti, risponde ad una logica assistenzialistica che, in Italia, si identifica con il concetto di “regalia”. Assistenzialismo inteso nella sua accezione più negativa, come fenomeno degenerativo e dispersivo di risorse, che, nella dinamica carceraria, si ritrova nel concetto di benefico, inteso dal detenuto come “qualcosa che gli spetta”.

Sono stati individuati, sempre con l’aiuto degli operatori (educatori e psicologi) degli indicatori che portano ad ipotizzare una possibile manipolazione del comportamento da parte del detenuto. E’emersa la presenza di svariati indicatori di strumentalizzazione, tutti relativi e solo uno considerato come assoluto da tutti gli intervistati, quali:

  1. il silenzio;
  2. l’evasione;
  3. l’autolesionismo;
  4. l’aggressività etero diretta;
  5. la seduzione/il corteggiamento;

L’unico indicatore che può essere ritenuto come assoluto, rispetto al tentativo di manipolazione è quello della seduzione/corteggiamento. Tutti gli operatori intervistati sono, infatti, concordi nel ritenere che il soggetto affabulatore, ovvero colui che cerca di smuovere l’emotività dell’operatore, è un soggetto poco interessato al trattamento rieducativo, che usa il confronto con lo stesso per fini utilitaristici. Il detenuto ammaliatore, presenta sé stesso al meglio, narrando storie poco fondate o totalmente infondate e tenta di persuadere l’operatore, con atteggiamenti di eccessiva carineria. Tale dinamica è maggiormente ricorrente quando il colloquio è esplicitamente richiesto dal detenuto, in quanto è probabile chela richiesta sia mossa da una motivazione utilitaristica. Quando il detenuto chiede il colloquio le situazioni che si presentano sono essenzialmente tre:
⦁ “mi volevo presentare” – soggetto affabulatore;
⦁ “ho un problema” – logica dell’assistenzialismo;
⦁ “come si può ottenere…” – il soggetto si informa, raccoglie informazioni.
Una volta individuati i fattori che possono aiutare gli operatori a discriminare i detenuti manipolatori dai non manipolatori, si è cercato di indagare delle soluzioni che potessero contrastare la strumentalizzazione.

A questo proposito, un interessante prospettiva di risoluzione fondata sull’adottare il distacco necessario a mantenere la distinzione dei:
⦁ ruoli;
⦁ persone;
⦁ finalità.
In primo luogo, è necessario tenere distaccati i ruoli – educatore / detenuto – ovvero chiarificare, fin da subito, i ruoli, evitando però atteggiamenti meramente inquisitori. In secondo luogo, è necessaria la distinzione tra le persone, non come individui ma come persone che hanno un cammino, futuro, ed un retro-cammino, un passato. E’essenziale, che il detenuto percepisca l’operato come una persona, con qualità, desideri ed aspettative e che si relazioni a lui con fiducia e rispetto. L’educatore si deve porre a modello di identificazione per il detenuto, quale persona umile ma non debole. In ultimo è necessario distinguere le finalità: l’educatore deve comportarsi con rigore per poter essere un modello per il detenuto ed il detenuto deve dimostrare di non volerlo strumentalizzare ma che vuole realmente tentare di non compiere nuovi reati.

Dott.ssa Giulia Perrone

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